myto in ma in quell’era an...
Tangerinee in dio non c'è
utente anonimo in dio non c'è
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l’inverno scorso ho scritto post intensi sul tema della presente decadenza. poi è arrivata l’estate. e qualche rigurgito fucsia di speranze.
ora è di nuovo inverno. e mi capita ancora di voler pensare, talvolta, al colore lontano della vita. ed è un colore decadente.
come l’aurora stanca che imbozzala la scuola.
la scuola è stanca. di una stanchezza d’indefinibile colore.
la scuola è lenta, è soporifera, è arresa.
lo dice la ragione, e la poesia.
gli insegnanti sono vecchi. secondolavoristi, o mogli di dottori. o pubblici impiegati. o illusi disillusi. si trascinano flaccidi al limitar di dite attenti solo a non cadere ancora in sogni d’utopie, o di prestigio, o di danaro.
regalano litanie a gettone in attesa dell’ora d’aria che buca la mattina.
talvolta nel mezzo d’un rosario d’omelie, distillano qualche anoressica goccia d’ironia. talaltra, s’adagiano pasciuti nell’attesa vana di un non senso che scardini i rosai.
i dirigenti sono vecchi. arroccati sui loro scranni d’anticaglia acquisititi per mera desistenza. pacati resistono ai fiochi assalti d’impossibili ricerche di peccato. sorridono, ingrassano, aspettano. che scatti qualche punto per la liquidazione.
le scuole sono vecchie. ghirlande d’aule grigioline che s’inchinano pudiche a vetusti corridoi. e quell’esercito paziente di banchini perennemente allineati. e la lavagna, la polvere di gesso, il crocefisso che nessuno vede, i muri con le scritte, gli armadietti incipriati di polvere d’annata. e mucchi di computer grigioverdi ammonticchiati in qualche angolo lontano.
solo i cessi – vetusti e purulenti – s’animano talvolta di graffiti.
i ragazzi sono vecchi. come cinesi ombre di gioventù d’antan, strascicano pesti sulle usurate pietre di granaglia le loro pradanike originaltaroccate. e affidano messaggi di speranza a centimetri di natiche scoperte e a rigurgiti bulimici d’impotenze amare. fermi nel tempo ad implorare la plausibile chiave di una battaglia chiesta in elemosina all’incolpato direttore, s’afflosciano perduti nell’orifizio vano dell’esaudita sete di sapere a spanne.
la didattica è vecchia. pavide sequele di disossati bignamini spiovono lente da cattedre di carta colpevolmente senza predellino.
vane parvenze di parole. fantasmi di pensieri. scaglie di pelle secca che nevicano sospese su anime prive di memoria. e vuote di promesse d’avventura.
tutto s’addorme nell’oppio del declino.
mentre lontano, oltre i filari di seta, di silicio e mirra, altri ragazzi s’ubriacano di soli d’avvenire.
ma in quell’era anch’io, come antonio, calpestavo docilmente rabbioso ogni linea di confine. sfiorando ad ogni spasimo d’amore il precipizio oltre ogni nulla. nella ricerca vana di un equilibrio ebbro fra poesia e dannazione.
quasi perito, e risucchiato ormai fra iridescenti marcescenze di ipnotici torpori, sono rinato al mondo grazie agli occhioni scuri di una donna saggia.
carla frequentava l’ultimo anno di magistrali ed io per lei ero un bambino capriccioso da abbracciare.
era grande, e meditata, e pulita. non c’era un filo di rossetto sulle sue labbra, né una lacrima di rimmel, o la goccia di un profumo. il sorriso sempre accennato e mai sfacciato, la lunga treccia sulle spalle. e severi sogni timidamente tracciati nelle nostre serate sotto la grande quercia: l’esame, e l’università, e l’africa, e tanti bimbi da aiutare. parlava di dio e di tramonti in riva al lago con la stessa timida certezza.
mi prendeva per mano e m’ascoltava, e mi scostava i lunghi capelli dalla fronte come un’incestuosa e casta mamma.
mi sono innamorato della sua salvifica bellezza.
per lei ho cominciato a studiare come un pazzo quando ormai la mia prima liceo pareva irrimediabilmente compromessa.
per un po’ riuscii a trascinare in questa rinascita anche antonio. passavamo le notti sulle scale fumando nazionali senza filtro e saltando eccitati da seneca, a virgilio, alle equazioni di un qualche grado, a leopardi e alla geografia astrale. poi, mi appartavo un po’, per scriverle interminate lettere. le raccontavo di casti baci e di rivoluzioni senza sangue. e di prati verdi, dove migliaia di ragazzi si prendevano per mano. carla viveva lontana, nel veneto villaggio di mia nonna. ci si vedeva raramente. qualche domenica. pasqua. qualche altra domenica prima dell’estate.
il miracolo avvenne: recuperai latino, e matematica e tutto il resto. e così potei mantenere la borsa di studio e proseguire la mia storia da liceo.
ma la storia con carla finì.
la nostra era una storia di sogni e di parole scritte sui facili profumi della carta. non resse alla prova della vita.
aspettavamo troppo quel momento. io volevo il suo sorriso, la sua anima ed il suo seno. lei s’aspettava l’uomo che non ero.
passammo ancora qualche imberbe sera accanto al vecchio lavatoio. cercando fra complici sussurri qualche bacio che ricordasse almeno il gusto dell’epistolare incanto.
lei partì per la città. io mi gettai famelico di vita su ragazzine più immediate e compiacenti.
come un eterno rimprovero i miei parenti mi hanno aggiornato per anni sull’esemplare vita di carlina: i 110 e lode, e la missione in africa, e il matrimonio bene, e i quattro figli…
chissà dove e a chi sorriderà ora. e se ancora, qualche volta, ripenserà bonaria allo sparuto adolescente a cui un tempo ha regalato un’altra vita.
il collegio ospitava – altri soldi d’affitto in tasca al don – un professionale per l’agricoltura. così fra i reclusi dominavano decine di aspiranti contadini. poi, in una camerata a parte, stavano tronfi una ventina di futuri ragionieri.
noi, del liceo, eravamo solo in tre. due amici per la pelle e l’amante del prefetto.
dormivamo tutte e quattro in un cunicolo vicino alla scalinata. anche se, per dire il vero, a dormire lì dentro erano soprattutto i due amanti.
ogni scusa era buona perché il prefetto ci cacciasse fuori, a me e antonio. così ricordo notti passate sulle scale a parlare di donne e di rivoluzioni.
talvolta ci calavamo per la grondaia rugginosa e scappavamo dal collegio nella notte. in quel paesone della bassa, sopito fra nebbie e odore di letame. vagavamo fino al bar della chiarina, per sbirciare tre ubriaconi ed una bagascia col passato da cantante.
avevamo quindici anni. e lunghi capelli. e anime fragili.
leggevamo il libro rosso. e il libro nero.
e ascoltavamo hendrix, e la locomotiva di guccini. e i lunghi echi di un sessantotto che sparava. in città lontane, lungo l’autostrada, e oltre.
antonio era bello. aveva capelli neri che gli danzavano lucidi sulle spalle. sempre abbronzato. con gli occhi che parevano scappare ad ogni soffio. pieno di vita. e di ragazze. e di cappotti di cammello. e di sogni.
era figlio di un padre ricco che l’aveva abbandonato ad una madre sola ed annoiata.
antonio è morto, molti anni fa. scivolato su degradanti piste di droga e di follia.
e dal passato rigurgito da giorni frammenti di mala education.
il primo anno di collegio.
un prete magro con spessi occhiali e relativa corte di amanti rotondetti. quando diceva messa prima di andare a roma, ci faceva vedere le bustarelle che accomodava nelle sparite tasche della tonaca migliore. quelle da mille lire per gli uscieri. quelle da cinquemila per i segretari dei sottosegretari. e quelle grosse, col santino, per l’onorevole scudocrociato.
il convitto viveva di rette e sovvenzioni pubbliche. c’erano figli di puttane, figli di nessuno, figli di figli abbandonati. una varia umanità esibita per catturare lire da ogni dove.
camerate dominate da capibranco sadici. osceni mercanteggiamenti nei cessi e sotto le coperte. odor d’incenso, e cori, e strascicate litanie.
ero lì per caso, senza una lira. stavo coi forti, per non dover morire. qualche cazzotto, qualche poesia e più di un compromesso. vendevo temi per venti sigarette.
ed alla fine, vincono i ricordi.
ho creduto di sperimentare il blog per elucubrare di politica e petrolio. per spiazzare il piazzista e irridere letizia. per sbrodolare di scuola, rispolverare don milani, tirarmela con pose da attimo fuggente. e sventolare snobistici vessilli freinetiani.
e invece, ricado sempre nel passato.
certo, corro assorto nei recinti di provincia. come un criceto sull’imbiancata ruota. e grido. e covo rabbia. e sparerei al vento puzzolente di scarichi di suv e d’impotenze rosse.
ma quando pigio i tasti per partorire post, ogni rumore d’anima mi succhia nel passato.
e forse è questa, la legge che cercavo.
pieghiamoci orsù.
Sento l'irrefrenabile dovere morale di rispondere alle due persone che si sono preoccupate del mio silenzio tossotico.
Bene: visto che nessuno si è offerto per un'azione di killeraggio nei confronti della mia tosse, ho deciso di affrontare il problema da solo. con stoico sprezzo del pericolo.
questa mattina. domenica. all'alba. sotto il cielo grigio. e la pioggia. ho attraversato la periferia cittadina, trascinandomi penosamente per l'ennesima notte insonne e singultosa. e sono andato in piscina.
ho affrontato lo spogliatoio freddo. ho fatto lo spogliarello freddo. mi sono docciato di freddo. mi sono tuffato nel freddo. ed ho nuotato. nuotato. nuotato. sudando freddo. solo all'ottantatreeesima vasca la tosse è comparsa. e allora mi sono arreso di nuovo allo spogliatoio freddo. alla docciaaa (calda!). alla periferia grigia. e ad una abbondante colazione.
insomma: terapia d'urto: o muore la tosse, o schiatto io.
(è il tardo pomeriggio... e per ora la tosse pare quasi soffocata. quasi)
addio!
sono intimamente minato da un male oscuro
lo so che nonostante la sciatteria delle mie speculazioni esistenzialfilosoficopoliticheculinarie ho centinaia e centinaia di affezionati lettori che aspettano ansiosi un mio lungimirante – illuminante - post. ma va così. non riesco a scrivere. non ce la fo.
sono intimamente ingabbiato da un malessere profondo che non mi fa dormire. che m’opprime lo spirito e la mente. che m’oscura atrocemente ogni disincantata ispirazione. che m’affossa l’anima, m’attanaglia il cuore, mi intristisce il gargarozzo e mi pietrifica la tastiera:
la tosse.
questa maledetta iattura che ti metamorfizza in uno scarafo singultante. e ti dipinge di straccio il volto già straccioso. e ti costringe a spendere atti di fede in zuccherevoli sciroppi, ed in morfetiche pasticche, ed in vomitevoli tisane verdoline.
stai male da morire (ossa scricchiolanti, e spasimi di ventre, e testa martellante e l’anima che pare scappare ad ogni scarica violenta d’incatarrosa espirazione d'aria), ma nessuno ti considera.
e ti guardano come si guarda un bambino capriccioso e senza dire ti dicono: oh, quante storie, per un po’ di tosse.
un po’ di tosse. è dal 7 settembre che ho un po’ di tosse. tutte le notti e tutti i giorni e tutte le notti ho un po’ di tosse. ed anche questa notte ho un po’ di tosse.
vagherò come sempre da una stanza all’altra tentando di soffocare in qualche modo la fuga di viscere e di mefitici umori. incazzosamente rassegnato.
qualcuno conosce un tossomicida?
morale 1: se qualcuno non uccide la mia tosse, non riuscirò più scrivere i miei post.
[morale 2: e chi se ne frega?]
Perché ostinarsi...
perché ostinarsi a tenerlo in vita questo blog?
non ho mai nulla di intelligente da dire.
penso. corro piano e penso. molto. e mi pare talvolta di partorire osservazioni acuminate ingravidate da analisi profonde. poi le scrivo. e mi mando a defecare.
ascolto. annuso l’aria. provo sensazioni. che mi paiono talvolta uniche. intense perlomeno. e poi le descrivo. e mi mando pascolare.
ci tornerei volentieri a pascolare. sulle colline in riva al bosco. e colori d’autunno che ti docciano di promesse temporali.
l’ho detto ai miei figli: giocate a calcio, suonate in un gruppo, partecipate al grande fardello, diventate ricchi e regalatemi una baita. le mucche, due mucche brunoalpine, me le compro io. e un cane. un vecchio cane lupo che mi segua sottobosco. a rincorrere il profumo di quei funghi tante volte scovati, mille anni fa.
lasciatemi solo qualche minuti per imparare
forse ho rubato troppo tempo al tempo, quest’estate. ed ora non so ripartire. o forse l’età che avanza comincia a reclamare le sue litanie di lentitudine, bronchiti e balsamiche tisane.
non so ripartire. dovrei già correre mattina, e pomeriggio, e sera. e tenermi le notti insonni per limare quel progetto e ripensare quell’impegno con…
ma non va. non so ripartire.
nemmeno a scuola. nemmeno coi ragazzi che di solito mi regalano badilate di allucinata adrenalina.
guardo la classe di 29 adolescenti che mi guardano. e forse aspettano da me parole taumaturgiche (sai quel prof è un po’ strano, avranno loro detto, ma se lo segui…). tento coi vecchi show. e le vecchie battutine. e i vecchi trucchi da freinet di provincia. ma sembro patetico anche a me.
quando i capelli si fanno radi. e la barba è bianca. e gli occhi s’incavano per due starnuti. è il tempo di cambiare teatro. o commedia. o ruolo.
non è più tempo di attimi fuggenti. ma di indossare i panni del vecchio prof di un college di provincia che recita i sepolcri
e sottolinea l’accento errato con la matita blu.
lasciatemi solo un po’ di tempo per studiare il copione nuovo.
solo ora che è finita l’estate pigra e priva d’avventure. e ricomincia la corsa folle per sopravvivere alla schizzata quotidianità. solo ora che torno a non avere tempo per scrivere. scrivo.
forse aveva ragione quel tale che disse che la vita o la si vive. o la si scrive.
ladrare un po' di tempo
quest’estate, dopo tanto correre, ho respirato finalmente eterni attimi di tregua. quasi un otium petrarchiano.
la mia campagna non era quella di Francesco. non le acque limpide della provenza. né i tramonti pastellati dei colli Euganei. né l’aria profumata degli appennini parmigiani.
la mia era la grassa campagna mantovana. un’infilata infinita di canne e canali e argini che cingono pioppeti estesi. e odor di pomodori, e di terra amara e di paludi imbellettate da lussuriose piantagioni di granturco.
ho accarezzato per ore e giorni l’afa consueta col vento della mia fedele bicicletta. solo e pensoso, a pedalate tarde e lente.
pensando e ripensando. che in fondo si può vivere forse anche senza il mare. e quell’attracco all’isoletta greca. e l’ombrellone al lido. e il chiacchierio sommesso del ristorante nella piazzetta glam. e il tuffo, nella caletta limpida e famosa.
pensando e ripensando. che in fondo basta sentirsi vivi. e rubare un po’ di tempo al tempo che se ne va.
Chiudiamo le scuole 2
Mio zio Bigiola – quando assieme cercavamo di estirpare la gramigna dal vigneto – amava ricordarmi - fra tante altre pillole di saggezza popolare - che chi non è rivoluzionario (comunista!) a 18 anni è senza cuore, e chi rimane rivoluzionario (comunista!) a 30 anni è senza cervello. Io ho avuto tanto cuore in gioventù, poi ho cercato di usare anche un po’ di cervello.
E per trent’anni ho perseguito il lento ma costruttivo riformismo. La politica dei piccoli passi!
Ma dopo quasi 50 anni passati nella scuola - come scolaro prima, ed insegnante poi – confesso di avere talvolta rigurgiti rivoluzionari, nichilistici perfino. E di sentirmi ogni tanto – giuro: solo ogni tanto – in sintonia con gli anatemi di Papini. E di pensare che - nonostante gli aggiornamenti forzati, e la riforma sull’autonomia, e il ventilato riordino dei cicli, e i piani ministeriali per l’informatizzazione, e i progetti, e il POF, e le Funzioni Obiettivo, e… - la scuola non sia poi tanto cambiata. E che la vita è altrove…
la scuola è reclusione quotidiana, è…l’immobilità fisica più innaturale… è l’immobilità dello spirito obbligato a ripetere invece che a cercare… è l’annegamento sistematico di ogni personalità, originalità e iniziativa nel mar nero degli uniformi programmi [G. Papini, Chiudiamo le scuole, Millelire, 1992 (prima edizione: 1919)]
[parentesi psicoterapica 2]
avevo già pronto nella parte più esterna della stiva un post nero sulla scuola. lo scriverò domani. questa sera non posso.
sono stato ala festival dell’unità. una cittadella di vecchi e nuovi sapori. gente bella, fra le cucine e sui manifesti. e tanti incontri. ogni pochi metri. studenti. ed ex studenti già docenti. e tutti con un sorriso vero per il vecchio prof [forse, quelli che non m’avrebbero sorriso, han fatto finta di non vedermi].
all’uscita sono andato quasi a sbattere su una gazzarra di floride fanciulle. che mi hanno fatto festa, abbracciandomi, e baciandomi, e accavallando piacevoli ricordi di un paio d’anni passati assieme. si stanno ormai per laureare, ma non hanno scordato le mie chiacchierate letterarie. e forse culinarie.
no. questa sera non posso scrivere quel post cattivo sulla scuola. lo scriverò domani.
[parentesi psicoterapica]
un vecchio studente che è incappato nel blog e che ha letto gli ultimi post, mi ha scritto preoccupato perché legge fra le righe un mio disperato disamore per il mio mestiere.
è il caso di puntualizzare che:
1. anch'io, quando rileggo i miei post, spesso non mi riconosco (forse perché il blog fa emergere la parte più profonda del mio animo?)
2. gli effetti collaterali del bog sono strani (se ti va di leggere riflessioni sugli effetti collaterali del blog: http://www.agatimario.it/blog/blogghite1.htm )
3. non sono scocciato dal MIO mestiere, ma dalla SCUOLA (da come la scuola si trascina collosamente fra luoghi comuni di grigiume)
4. comunque, da lunedì, quando tornano i ragazzi a scuola, il mio umore, come al solito si adrenalizzerà un tot e ricomincerò a ridere, scherzare, ironizzare, saltare da un computer all'altro...
Chiudiamo le scuole
La scuola, per sua necessità formale e tradizionalista, ha contribuito spessissimo a pietrificare il sapere e a ritardare con testardi ostruzionismi le più urgenti rivoluzioni e riforme intellettuali.
La scuola non inventa le conoscenze, ma si vanta di trasmetterle.
La scuola insegna male perché insegna a tutti le stesse cose nello stesso modo e nella stessa quantità non tenendo conto delle infinite diversità d’ingegno, di razza, di provenienza sociale, di età, di bisogni…
La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari ma anche i maestri.
Ripeti e ripeti anni dopo anni le medesime cose, diventano assai più imbecilli e immalleabili di quel che fossero al principio – e non è dir poco.
[G. Papini, Chiudiamo le scuole, Millelire, 1992 (prima edizione: 1919)]
e il collegio è arrivato. senza sorprese.
collegio docenti. settembre. ex autunno [non ci sono più le mezze stagioni]
colleghe abbronzate sorridenti cercano complimenti. dove sei stato? io in mexico andalusia provenza: ho visto l’alba albeggiare e il tramonto tramontare e il profumo del sud profumare.
e tu?
[io no. sono stato a casa. in campagna. in palude. e ho sentito il profumo del primo chicco d’uva e del sapone di Marsiglia abbandonato su una vasca di marmo invecchiato. e del mattino senza semafori e code. e del sudore di una corsa a mezzogiorno. e di braciole lente scottate sotto sera.]
e parole parole di colleghe sorridenti sicure di avere guadagnato 10 anni che poi fra 1 le mese vedi stanche e disperate già in attesa del prossimo messico andalusia provenza. o anche solo di rimini riccione. e stagioni che anche se sono intere passano via che non le vedi ed è già il prossimo collegio docenti e le colleghe un po' meno abbronzate che già sono intristite e già hanno ritrovato quei 10 anni con gli interessi e già ti chiedono dove vai e loro che andranno in messico andalusia provenza...
montale rimaneva muto per ore per non farsi ferire dai luoghi comuni
disegno piano un sorriso cretino e dico: sei stata in messico andalusia provenza?
anch'io ci andrò, rispondo
fra una litania di collegi di settembre. ci andrò.
finisce l’estate
finisce l’estate e comincia la scuola. domani vivrò il primo collegio indocenti.
ci saranno le solite colleghe pitturate d’abbronzatura. i soliti sorrisi incollati. la solita voglia di sbrodolarti addosso litanie vacanziere: sul mexico, e i carabi, e l’isoletta disabitata, e la barca, e di come si mangia il pesce in croazia, e di come si mangia l’anguillla a comacchio, e di come si compra bene il firmato nel mercatino di forte, e la magia di praga, e il melting pot di new york, e la selvaggitudine dell’africa seminera, e il mare della sardegna, e il vino di madera.
io sarò incazzozo, come sempre. come tutte le prime volte che si ripetono all’infinito.
con tutti che si fingono giovani, e freschi, e felici, e ricchi. e con la polo ralf, e i pantaloni con mille tasche, e i sandalini di capri, e il pareo di Portofino, e l’amuleto etnico, e il braccialetto della felicità, e l’ombelico quasi scoperto, e le tette quasi al vento.
ma il vento s’è adagiato ed è tempo di bonaccia.
basteranno poche settimane. le creme non riusciranno più a fregare le rughe. le abbronzature si arrenderanno al grigiore statale. i vestiti si faranno lunghi. e tosse, e occhiaie, e mal di testa, e rosari di psicopatologie quotidiane.
e la scuola apparirà qual è.
un’infilata soporifera di aule allineate attorno a infilate verdi di banchini allineati. e vecchi profi che si fumano defilati qualche minuto di apatia.
e tarde vestali della litania verbale.
e le eterne griglie che si animano lente di numerini rossi e neri.
solo ogni tanto, per sbaglio, qualche eco di vita lontana riuscirà ad intrufolarsi nell’antico cortile.
buon anno scolastico.
ci ho pensato, e probabilmente tornerò a scribacchiare...
solo che qualcosa o qualcuno ha cambiato il mio template...dovrei trovare il tempo e la voglia di ripersonalizzarlo un po'... vedremo.
a presto e... buona vita.